Un pensiero per Djordjo   2 comments

L’altro giorno pensavo di trovarmi alla funzione sbagliata.

Non solo perché mai avrei voluto essere a QUEL funerale…ma soprattutto perché tutti continuavano a parlare di Giovanni…mentre per noi era e rimarrà sempre Djordjo (grafia che tenta di rendere la pronuncia maceratese di Giorgio).

Già, Djordjo. Questo perché, quando eravamo bimbi (tutti noi, che da sempre abbiamo frequentato quella casa), lui non aveva imparato tutti i nostri nomi…e chiamava genericamente ognuno Giorgio (o, meglio, Djordjo). Col passare del tempo, pertanto, il nome di Djordjo era rimasto a lui (o almeno io la ricordo e la voglio ricordare così).

Ho conosciuto Federico (Svit) più o meno nel 1987 (anche se, come TUTTI NOI, ha passato ogni estate della sua vita a Castello) e poi, meglio, nel 1989 (quando, almeno per me, si è creato il primo nucleo del ‘nostro’ gruppo). Più a fondo dal 1991 (l’anno fantastico degli scacchi a Castello). Come ognugn sa, la leggenda (che io stesso ho provveduto a creare e diffondere) vuole che nel 1994 io abbia deciso dal nulla di iscrivermi a Fisica per causa sua.

Insieme a Fede, ho conosciuto Francesca e Mauro…e poi pian piano i cugini Zamora e Rino…e tutta la famiglia: Mama Anton e Djordjo e via via tutti gli altri. A casa Stivoli, tra Castello e Roma, ho mangiato, dormito, giocato. Passato svariati Capodanno. Negli ultimi anni, oltre al tradizionale ed immancabile Ferragosto da loro, quando arrivavo/rimanevo solo a Castello, ero ospite fisso da Mama Anton per i pasti (anche in assenza di Svit). Quante volte mi sono presentato sotto la sua finestra per dirle che accettavo il suo gentile invito a pranzo/cena (che ovviamente lei non mi aveva mai fatto giungere!). Non sono stato mai rifiutato…anche perché, diciamolo pure, a casa Stivoli è difficile che manchi cibo, anche aggiungendo a buffo un certo numero di persone in più.

Djordjo non era tipo da alzarsi dalla poltrona per venirti a salutare quando entravi a casa sua. Non era tipo da dire “Ehi, Amico Mio: ciao. Apro per te la bottiglia di vino buono”. Questo non vuole affatto dire che non fosse ospitale. Tutt’altro. Era proprio per questo che io, e tutti noi, ci siamo sempre sentiti di famiglia e mai di troppo. A casa Stivoli non puoi mai sentirti di troppo o non voluto. Djordjo poteva darti “ordini”, quasi come li avrebbe dati a uno dei figli (solo, forse, con maggiore probabilità di essere ascoltato 😛 ). Per questo ho sempre sentito e continuerò a sentire la Grande Famiglia Stivoli come (e più di) una seconda Famiglia.

Ho partecipato ai matrimoni di casa Stivoli. Ora sono stato qui per un momento molto doloroso per tutti noi. Alcune delle persone non della famiglia, altri amici accorsi da Roma o in ogni caso da fuori, vedendomi arrivare mi hanno detto “Mi aspettavo proprio di trovarti qui”. Ci mancherebbe. Anzi: ge mangherìa. Ma come ge pénzi?!

Per chi non lo sapesse, io a Castello ho casa sulla Piazza. La mattina, nel consueto dormiveglia, ho sempre avuto il piacere di sentire distintamente, da dentro il mio letto, le voci delle persone che la popolano. La mattina tante volte sentivo la voce di Djordjo.

E mi piace ricordarlo (oltre che da Rita, impegnato nel consueto Tresette/Briscola con Sergio e Pippicocco e tutti gli altri) con la sua maglietta gialla o con una comunissima maglietta bianca, le mani dietro la schiena (nella sua posa inconfondibile), a portare Homer a spasso. Un’altra leggenda (a questa “credo” di più, sebbene la fonte sia la stessa) racconta che fui io a suggerire il nome per il cagnolino di casa Stivoli.

Spesso Djordjo passava sotto il nostro balconcino e si fermava a scambiare una parola con la Rev (fino a quando ha avuto la forza e la voglia di venire a Castello…quindi fino al 2005). Una volta, le disse: “Io quando vedo questi ragazzi…che sono cresciuti assieme…e ancora stanno tutti assieme…io mi commuovo”. E non dubito si sia commosso anche mentre diceva questo. Djordjo si commuoveva spesso. Sempre. L’affetto che ha sempre provato per i figli non riuscirei a descriverlo. Avete presente l’affetto che un padre può provare per i propri figli? Ecco, Djordjo ne era la dimostrazione massima e più convincente.

L’altro giorno, in chiesa, guardandomi attorno ho visto tutti i volti di noi che siamo cresciuti assieme…di noi che, per motivi diversi, siamo transitati per casa Stivoli e l’abbiamo frequentata. Tutti insieme, sempre. Magari lontanissimi, senza sentirci per giorni. Ma sempre sempre amici e sempre assieme, in quella che ancora oggi non ho dubbi a descrivere come la cosa più bella ed importante che mi sia mai capitata.

Si sarebbe commosso, Djordjo, a vederci ancora tutti lì, assieme. Ma Djordjo, si sa, si commuoveva sempre.

Quando sono andato a salutare Mama Anton, prima della celebrazione, lei mi ha solo detto: “Djordjo se n’è andato”. Avrei voluto/dovuto risponderle che Djordjo lei ce l’ha davanti tutti i giorni: Fede, il Bottone, Francesca…tutti sono tantissimo Djordjo. Lo so, un po’ banale. Ma non sono bravo a trovare buone risposte, soprattutto per queste cose. E allora, come sempre, meglio parlare con le parole di altri:

How’s the boy and the girl
And the lives that lie ahead […]
And the babies come and grow
And the mothers laugh and cry
And the men know who they’re working for
And what’s more they know why
Cause its happy to be said
When tears can laugh at pain
And if you love the thought of love
Your birth will never end and how’s the family – how’s the family

(come stanno il ragazzo e la ragazza / e la vita che li aspetta / e i figli arrivano e crescono / e la madri ridono e piangono / e gli uomini sanno per cosa lavorano / e, ancora di più, sanno perché / Perché è bello sentirsi dire / quando le lacrime possono ridere davanti al dolore / e se ami l’idea dell’amore / la tua vita non avrà mai fine / Come sta la famiglia? / Come sta la famiglia?)

[“How’s the family”, dal debutto “Aquashow” di Elliott Murphy, 1973]

A Djordjo. Ai miei Amici. Alla mia Famiglia.

Pubblicato 12 marzo 2012 da markwalls in A Walls Life, Mi ricordo...

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2 risposte a “Un pensiero per Djordjo

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  1. Bello, vero, sincero, sintesi di 20 anni.

  2. Ha ragione Marco e’ bello che le cose escano dalla nostra testa anche se si fa fatica, quindi ci provo.
    Giovanni o meglio Djordjo come dice Marco ci piaceva tanto. Al di la dei riti, delle raffigurazioni di quello che ci abbiamo costruito sopra.
    Ci piaceva tanto perche’ ci voleva bene e ci voleva bene in un modo semplice. Ed era semplice volergli bene, come semplice era sedersi a tavola a mangiare e magari avere pure la faccia di bronzo di ordinare per il giorno dopo il piatto preferito ad Anto.
    Alla fine credo che io abbia sempre amato questo: la semplicita’ del volere bene, del condividere quello che si ha. La certezza pure se non eri figlio loro di arivare e trovare sempre un posto accogliente e affettuoso ad aspettarti, anche nel casino anche nei momenti difficili.
    Ci manchera’
    Adesso basta che come sapete col tempo sono diventata una piagnona.

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